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Le Femministe ostacolano gli obiettivi demografici del Governno Cinese

Il risveglio del movimento femminista sta cambiando le giovani donne cinesi e causando tensioni con il governo.
L’esito di questo conflitto tra lo Stato patriarcale e autoritario e le donne che respingono con sempre maggior forza le pressioni a sposarsi e avere figli potrebbe avere conseguenze di vasta portata per la Cina.

Di LETA HONG FINCHER 29/04/2021

Benvenuti, China Watchers.
L’ospite di questa settimana è Leta Hong Fincher, autrice di “Betraying Big Brother: The Feminist Awakening in China” (2018) e “Leftover Women: The Resurgence of Gender Inequality in China” (2014). È la prima americana ad aver conseguito un dottorato in sociologia presso la Tsinghua University ed è professore a contratto presso la Columbia University.
Adesso tocca a te, Leta. – John Yearwood, redattore delle Global News.
Nelle ultime settimane Weibo (un social cinese simile a twitter, ndt) ha eliminato decine di account di attiviste femministe cinesi dopo aver ricevuto violenti attacchi online da parte di nazionalisti misogini.
L’amministratore delegato di Weibo, Wang Gaofei, ha detto che gli account delle femministe sono stati rimossi perché hanno violato le regole del sito, tra le quali “avere incitatato allo scontro“.
China Digital Times ha segnalato la rimozione di almeno otto gruppi di discussione su un’altra piattaforma di social media, Douban, alcuni dei quali incitavano le donne Cinesi a combattere il patriarcato astenendosi dal matrimonio e dalla maternita’. In risposta alla censura, su Weibo, l’hashtag “donne unitevi” e’ diventato virale raggiungendo quasi 50 milioni di visualizzazioni.
La rimozione coordinata degli account sui social media è l’ultimo esempio della conflittualita’ crescente tra il repressivo governo cinese e un movimento femminista che si sta risvegliando e sta cambiando le giovani donne tutte le citta’ della Cina.
L’esito di questo conflitto tra lo Stato patriarcale e autoritario e le donne che respingono con sempre maggior forza le pressioni a sposarsi e avere figli potrebbe avere conseguenze di vasta portata.
La maggior parte degli osservatori si aspetta che il censimento riporterà un netto calo del tasso di natalità, nonostante che dal 2016 ci sia stato un allentamento della “politica del figlio unico”.
Sun Yu del Financial Times scrive che il censimento segnerà il primo calo demografico da 50 anni, e che non è ancora stato pubblicato data la “elevata sensibilità” dei dati.
Oltre al calo precipitoso dei tassi di natalità, la Cina deve fare i conti con una popolazione che invecchia altrettanto velocemente e una forza lavoro in costante contrazione, tutti fattori strettamente legati alla crescita economica del paese, alla produttività del lavoro e, fondamentalmente, alla legittimazione politica del Partito Comunista.

La Cina ha un rapporto tra i sessi tra i più sbilanciati al mondo, secondo l’Ufficio nazionale di statistica nel 2019 c’erano circa 30 milioni di uomini in più rispetto alle donne.
E nel momento in cui il governo cinese lotta per mantenere la sua promessa di rapida ininterrotta crescita economica, i media statali stanno riprendendo alcuni elementi sessisti presenti nel confucianesimo tradizionalista, in particolare stanno cercando di instillare l’idea che la famiglia tradizionale (basata sul matrimonio tra un uomo e una donna virtuosa e obbediente) è il fondamento di un governo stabile.
Carl Minzner sostiene nel The National Interest che sotto l’imminente politica pronatalista del Partito Comunista, i quadri locali potrebbero iniziare a essere “valutati in base al loro successo nell’aumentare piuttosto che ridurre i tassi di natalità nelle loro giurisdizioni”.

LE ‘CINQUE FEMMINISTE’

È impossibile comprendere il Partito comunista cinese senza riconoscere le basi patriarcali del suo autoritarismo.
L’ultimo uomo forte della Cina, Xi Jinping – come altri autocrati in tutto il mondo – considera l’autoritarismo patriarcale fondamentale per la sopravvivenza del Partito Comunista. Il governo cinese con mano ferma perpetua le norme tradizionali e riconduce le donne in casa nel ruolo di mogli, madri e nutrici della prole, per limitare i disordini sociali e generare le future schiere di lavoratori qualificati.
Più sono le donne agenti liberi, indipendenti e non soggette a nessuno più resistono le pressioni e sconvolgono l’ordine stabilito.
Non c’è dunque da meravigliarsi che i governanti cinesi, tutti di sesso maschile, si sentano minacciati dalle giovani attiviste femministe, che chiedono la totale emancipazione delle donne.
Sebbene alcuni media presentino esempi di donne dirigenti di successo, la maggior parte delle donne in Cina ha subito una drammatica riduzione dei diritti e dei guadagni rispetto agli uomini.
Nel suo discorso per la Giornata internazionale della donna di quest’anno, Xi ha sottolineato l’importanza della funzione riproduttiva delle donne. “Senza le donne, non ci sarebbe continuità della razza umana”, ha detto. Ma un consistente numero di donne si rifiuta di aderire alla propaganda dello Stato riguardo il matrimonio e l’educazione dei figli, riporta il Wall Street Journal.
Nonostante la censura pervasiva, l’ascesa della nuova generazione di attiviste femministe in Cina è indissolubilmente legata all’esplosione di Weibo nel 2010 e WeChat nel 2011.
Internet ha fornito alle donne lo spazio per esplorare le loro idee con più libertà che nei luoghi di lavoro e in casa. Ha anche dato la possibilità alle donne che la pensano allo stesso modo di incontrarsi.
Oggi un numero considerevole di donne cinesi ha frequentato l’università, in patria o all’estero, e con l’accesso alla rete hanno iniziato a contrastare il diffuso sessismo e la disparità di trattamento.
Nel 2012 le attiviste femministe hanno iniziato in tutto il paese a partecipare regolarmente a proteste di performance art e azioni dirette per denunciare la crescente disuguaglianza di genere causate dalle riforme economiche.
Hanno affrontato la piaga dilagante della violenza domestica (la Cina non aveva una legge contro la violenza domestica fino al 2016), le molestie sessuali, la discriminazione di genere nel lavoro e nelle ammissioni all’università, persino l’insufficienza dei servizi igienici per le donne – questioni scelte perché non troppo politicamente sensibili, ma abbastanza pertinenti da suscitare un dibattito pubblico.
Alla vigilia della Giornata internazionale della donna nel marzo 2015, le autorità cinesi hanno arrestato cinque giovani donne per aver pianificato di distribuire sui mezzi pubblici adesivi contro le molestie sessuali. La notizia degli arresti delle giovani – che sono diventate note come le “Cinque Femministe” – si sono diffuse rapidamente in tutto il mondo, scatenando una protesta internazionale da parte delle organizzazioni per i diritti umani e da parte dei leader mondiali. Le donne sono state rilasciate dopo 37 giorni di detenzione, ma il termine “femminismo” (nüquan zhuyi) è diventato politicamente sensibile e soggetto a frequenti censure. Da allora, centinaia di migliaia di giovani donne – per lo più con istruzione universitaria – si sono incuriosite dei temi del femminismo e hanno iniziato a parlare delle loro esperienze personali di sessismo.
Le donne che in precedenza evitavano la discussione politica, ora hanno deciso di identificarsi pubblicamente come femministe sui social media, costringendo i censori di Internet del governo a lavorare in modo ancora più aggressivo per rimuovere i contenuti femministi. Nel gennaio 2018, migliaia di studenti ed ex alunni cinesi hanno firmato le petizioni #MeToo in dozzine di università in tutta la Cina, chiedendo un’azione contro le molestie sessuali. Molte delle petizioni sono state cancellate dalla censura subito dopo essere state pubblicate, ma gli utenti hanno escogitato modi ingegnosi per eludere la censura, ad esempio l’uso degli emoji “rice” (mi) e “rabbit” (tu) per creare l’hashtag #RiceBunny – che suona come “Me Too” in cinese mandarino.
Nel marzo 2018, il giorno dopo la Giornata internazionale della donna, Weibo ha censurato l’account di social media femminista più influente, Feminist Voices (nüquan zhi sheng), perché scondo le autorità “pubblicava informazioni sensibili e illegali”. Ma il divieto non è riuscito a fermare il dibattito sempre più vivace sui diritti delle donne. E sebbene le autorità cinesi reprimano l’attivismo femminista, il governo ha tentato di dimostrare che sta dando risposte ad alcune delle richieste chiave.
Dopo una serie di casi di denunce #MeToo che hanno coinvolto personaggi di alto profilo, il primo codice civile cinese entrato in vigore a gennaio, definisce le molestie sessuali un reato e richiede alle scuole e alle agenzie governative di istituire meccanismi per prevenire e rispondere alle denunce.

ONDA DI ATTACCHI

La repressione in corso del Partito-Stato nei confronti delle attiviste femministe è singolare, data la centralità dell’uguaglianza di genere durante la rivoluzione comunista e l’inizio dell’era Mao, dopo la fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Dagli anni ’50 agli anni ’70, il governo cinese celebrava pubblicamente l’uguaglianza di genere e vantava la più grande forza lavoro femminile al mondo. .Tuttavia, la disuguaglianza di genere è peggiorata negli anni ’90 quando la Cina ha accelerato le riforme economiche e ha smantellato il sistema di uguaglianza ( pari opportunità) tra donne e uomini prescritto dal Partito.
Nel 1990, il 73% delle donne cinesi di età pari o superiore a 15 anni faceva parte della forza lavoro; nel 2019 secondo la Banca mondiale, quella cifra è scesa al di sotto del 61%,.
Preoccupato per il calo demografico, l’apparato di propaganda cinese ha avviato nel 2007 una manifesta campagna per stigmatizzare le giovani donne single e lavoratrici motteggiandole come “rimanenze” (sheng nü) per convincere le donne a sposarsi e ad avere figli per il bene della nazione.
Da allora, la propaganda pronatalista e pro-matrimonio del governo rivolta alle donne cinesi Han è diventata più intensa, poiché i responsabili politici continuano a vedere le donne principalmente come strumenti riproduttivi per realizzare gli obiettivi di sviluppo della nazione. La maggior parte delle femministe attiviste perseguitate in Cina proviene dall’esatto gruppo demografico che il governo prende di mira nella sua propaganda pronatalista: donne Han con istruzione universitaria tra i 20 ei 30 anni.
Sebbene le attiviste femministe cinesi evitino un’opposizione politica aperta, il loro messaggio di fondo è radicale. Attraverso la mobilitazione le donne vogliono liberarsi dalle istituzioni patriarcali cinesi come l’obbligo del matrimonio e l‘educazione dei figli. In questo modo le femministe stanno sabotando gli obiettivi fondamentali del governo che sono garantire che le donne cinesi Han di “alta qualità” siano le riproduttrici della nazione e docili garanti della stabilità politica.
Le sfumature eugenetiche degli obiettivi di pianificazione demografica della Cina sono inequivocabili: da una parte si esortano le donne Han a sposarsi e rimanere incinte al fine di “migliorare la qualità della popolazione” (uno degli obiettivi delineati nell’ultimo piano quinquennale della Cina), dall’altra si conducono campagne per ridurre le nascite tra gli uiguri e altre etnie turche dello Xinjiang. Studiosi, come Adrian Zenz, e giornalisti indipendenti hanno documentato violazioni di massa dei diritti riproduttivi delle donne uiguri, comprese sterilizzazioni forzate, aborti e inserimento forzato di dispositivi intrauterini (IUD). Gli Stati Uniti e gli alleati, tra cui il Regno Unito e l’Unione Europea, hanno annunciato sanzioni a diversi funzionari cinesi legati a quello che hanno definito un genocidio contro gli uiguri.
Nel frattempo, le campagne di molestie misogine online in Cina hanno iniziato a diffondersi oltre i confini nazionali e sono indirizzate ai critici di sesso femminile che vivono all’estero, tra le quali ad esempio la diffusione di video falsi sulla “vita sentimentale” di una ricercatrice che vive in Australia, spingendola a cancellare temporaneamente il suo account Twitter. I funzionari cinesi hanno usato bugie di genere per diffamare le donne uiguri che sono fuggite dalla Cina e hanno fornito testimonianze dei loro abusi, accusando alcune di esse di avere “relazioni” o malattie veneree. Il Wilson Center ha pubblicato un rapporto a gennaio che documenta il recente uso da parte della Cina, Iran e Russia di disinformazione di genere e sessista contro le donne (compreso il tuo ospite).
È impossibile prevedere se il movimento femminista cinese sarà in grado di sopravvivere a quest’ultima ondata di attacchi. I governanti cinesi di sesso maschile considerano l’oppressione di genere cruciale per il futuro della loro dittatura, e il femminismo – che richiede che le donne controllino il proprio corpo e la propria riproduzione – è in diretto conflitto con i loro obiettivi eugenetici, pronatalisti e di pianificazione demografica. Nei prossimi anni man mano che le sfide demografiche della Cina diventeranno più difficili e la battaglia per la sopravvivenza del Partito Comunista più impegnativa, è probabile che le repressioni contro il femminismo si intensificheranno.
Ma alcune delle più importanti femministe cinesi rifiutano di essere messe a tacere. Il caporedattore Lü Pin fondatore di Feminist Voices, – ora con sede a New York – ha scritto un saggio provocatorio in cinese per Medium dopo che il suo account è stato cancellato. “Con l’aiuto dei miei amici, la mia voce sarà in grado di sfondare il blocco e raggiungere coloro che hanno bisogno di ascoltarla”, ha scritto. “Questa non è l’ultima battaglia”.

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