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Perche’ non possiamo dirci ambientalisti

Stati, aziende e abitanti del pianeta dicono di essere preoccupati dell’effetto serra e delle disastrose conseguenze dovute ai cambiamenti climatici.

L’Onu organizza periodicamente delle conferenze sui problemi del Clima e gli accordi sul clima hanno sempre avuto il sostegno del 99 per cento dei paesi partecipanti.

L’accordo di Parigi (COP21) è stato firmato da 195 paesi che si sono impegnati di contenere l’aumento della temperatura della terra al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali. I singoli paesi hanno sviluppato dei piani nazionali per il clima con obiettivi a volte ancora più ambiziosi.

La Germania ha svelato nel settembre 2019 un piano da 100 miliardi per convincere le aziende e i privati a ridurre le emissioni. E’ stata introdotta una carbon tax che però è stata giudicata troppo bassa. Martin Kaiser, direttore di Greenpeace Germania, ha detto che il prezzo è “ridicolmente basso”, aggiungendo: “Se ti affidi a tali misure per combattere i cambiamenti climatici allora potresti anche saltare da un aereo con un sacchetto di plastica come paracadute”.

Di contro ci sono paesi che hanno cambiato idea. Il Brasile ad esempio è uscito dal COP21 e ha cominciato a distruggere l’Amazzonia a ritmi mai visti prima. Bolsonaro, presidente dello stato federale, ha detto che l’Amazzonia è una risorsa economica del Brasile e non patrimonio dell’Umanità.

Anche Trump vuole togliere tutti i limiti alle emissioni inquinanti e ai gas serra imposti dall’amministrazione Obama.

Nel concreto tutti gli stati si sono dimostrati titubanti, combattere il clima significa ridurre la crescita economica, e nessuno vuole perdere su questo punto.

I politici usano la carta dell’ecologia solo per attrarre quella fetta di elettorato che è sensibile ai problemi dell’ambiente, le aziende la usano come carta reputazionale, finanziano piccoli progetti ambientali di facciata di solito ben pubblicizzati. Anche le cosiddette aziende etiche non fanno altro che sfruttare l’ecologia e la sostenibilità come arma di marketing.

I giovani iperconnessi, espertissimi nell’uso dei sociail media, dei Fridays for Future, usano tutti cellulari di ultimissima generazione che vanno cambiando ogni sei mesi coi quali condividono ogni attimo della loro esistenza! Come se i server di Mountain View e le telecomunicazioni non contribuissero all’effetto serra. Internet, secondo uno studio del 2015, produce più emissioni di CO2 del settore aeronautico globale. Per non parlare dello smaltimento degli Smartphone che è uno dei problemi più gravi e urgenti dopo quello della plastica.

Gli abitanti del pianeta che se lo possono permettere vogliono solo volare d’inverno verso paradisi tropicali e uscire per fare shopping dell’ennesimo paio di scarpe in città sempre più congestionate passando da shopping mall in shopping mall in sempre più grandi SUV.

Al momento il paese che più contribuisce all’effetto serra è la Cina che emette circa il 30% dei gas serra pur contando il 18 per cento della popolazione globale. Seguono gli Stati Uniti con il 14% (4% della popolazione mondiale) e l’Unione Europea con il 10% (6,5% della popolazione mondiale), assieme queste tre aree del pianeta contribuiscono per il 55% delle emissioni pur contando meno del 30% della popolazione del pianeta.

La Cina dichiara che intensificherà gli sforzi per combattere i cambiamenti climatici dopo il 2020 e utilizzerà la sua iniziativa Belt and Road per rafforzare la cooperazione nella lotta contro il riscaldamento globale, ha dichiarato in una nota il consigliere di stato Wang Yi.

La Cina nelle parole di Wang Yi promette “la massima ambizione possibile” nel riesaminare i suoi impegni climatici il prossimo anno! Un programma “verde” di Belt and Road rafforzerà la cooperazione globale sui cambiamenti climatici, ha aggiunto senza approfondire oltre.

Pechino ha fissato una data obiettivo per il picco delle emissioni di gas a effetto serra, il 2030, ma l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici esorta le nazioni a prendere impegni più urgenti. I funzionari di Pechino sono cauti e temono che l’incertezza economica possa addirittura mettere a repentaglio anche gli impegni esistenti. “Alla luce delle difficili prospettive economiche e geopolitiche, la Cina sta valutando le sue opzioni sul clima”, ha affermato Li Shuo, consulente senior per il clima del gruppo ambientalista Greenpeace. La Cina proporrà inoltre 150 nuove iniziative per ridurre le emissioni annue di carbonio da 10 a 12 miliardi di tonnellate attraverso l’uso di soluzioni naturali come il rimboschimento, ha aggiunto Wang Yi.

La Cina sostiene l’uso di “soluzioni basate sulla natura”, come l’espansione di foreste, praterie e zone umide, nonché l’uso di energia da biomassa, come atto compensativo per non intaccare la sua industria del carbone.

L’aumento del consumo di combustibili fossili ha determinato un aumento stimato del 2,3% delle emissioni cinesi di CO2 nel 2018, un secondo anno di crescita dopo che le emissioni sembravano essersi stabilizzate tra il 2014 e il 2016.

La Cina è contemporaneamente, e quasi paradossalmente, il più grande consumatore mondiale di carbone e il più grande produttore di tecnologia solare. Sappiamo che la scelta che la Cina fara’ tra la tecnologia del passato e del futuro avrà un effetto di lungo termine sulla capacità del mondo di limitare il riscaldamento a 1,5°C.

La relazione speciale dell’IPCC ha rilevato che il carbone deve uscire dal settore energetico entro il 2050 a livello globale se il riscaldamento deve essere limitato a 1.5°C e gli sforzi della Cina per ridurre il carbone nei prossimi anni saranno fondamentali per questo. In percorsi globali ottimali sotto il profilo dei costi, coerenti con l’accordo di Parigi, la Cina dovrebbe eliminare gradualmente il carbone entro il 2040. Le emissioni della Cina, come quelle  resto del mondo, devono raggiungere il picco e quindi diminuire rapidamente nei prossimi 5 anni. la Cina però ha iniziato la costruzione di 28 GW di nuova capacità di energia a carbone nel 2018 dopo che un precedente divieto di costruzione è stato revocato, portando la sua capacità totale di carbone in costruzione a 235 GW.

Con le attuali politiche, si prevede che le emissioni di gas serra della Cina aumenteranno almeno fino al 2030.

Le azioni della Cina all’estero avranno anch’esse un impatto importante sulle future emissioni globali di gas a effetto serra visto che la Cina sta finanziando e costruendo infrastrutture di combustibili fossili e rinnovabili in tutto il mondo. Di tutte le centrali a carbone in fase di sviluppo al di fuori della Cina, un quarto, o 102 GW di capacità, hanno viste impegnate finanziariamente istituzioni cinesi. È circa il doppio dell’attuale capacità di carbone della Germania.

L’impegno della Cina per il clima non è abbastanza per l’obiettivo di limitare il riscaldamento a meno di 2°C, figuriamoci a 1,5°C come richiesto dall’Accordo di Parigi.

L’amministrazione Trump continua con la sua campagna di uscita dalla politica federale statunitense sul clima. Se Trump venisse rieletto e attuasse con successo tutte le azioni proposte, le proiezioni delle emissioni di gas serra per l’anno 2030 potrebbero aumentare considerevolmente.

L’amministrazione Trump ha tolto molti contributi alle energie rinnovabili, congelato i nuovi standard di efficienza dei veicoli e non applicherà le norme per limitare le emissioni dei gas HFC altamente impattanti.

Nel 2018, gli Stati Uniti hanno superato la Russia e l’Arabia Saudita diventando il più grande produttore mondiale di greggio. È anche il più grande produttore mondiale di gas naturale e ha aumentato le esportazioni di GNL del 53% nel 2018. A livello globale, il settore energetico deve decarbonizzare entro il 2050 per centrare l’obiettivo di temperatura a lungo termine dell’accordo di Parigi; e il gas non è una soluzione ottimale.

Fortunatamente il clima è entrato con forza nel dibattito politico negli Stati Uniti in seguito all’introduzione al Congresso della risoluzione “Green New Deal” (GND). La risoluzione, che è altamente improbabile che passi sotto l’attuale amministrazione, richiede un’azione a livello economico per “raggiungere emissioni nette zero di gas a effetto serra attraverso una transizione equa e giusta”.

Il GND ha già suscitato ispirazione tra i candidati per le elezioni presidenziali del 2020, dove alcuni democratici stanno anche proponendo i propri piani per il clima.

In Europa la situazione è a macchia di leopardo, ci sono nazioni più propense ad adottare misure per limitare i gas serra mentre altre che non partecipano con entusiasmo.

Gli ultimi sviluppi della politica climatica ed energetica dell’Unione europea sono passi nella giusta direzione per ristabilire la sua posizione di leader globale nelle azioni di politica climatica.

Gli obiettivi del 2018 in materia di energia rinnovabile ed efficienza energetica porterebbero a riduzioni delle emissioni di circa il 48% dei gas serra entro il 2030: nella sua Nationally Determined Contribution (NDC), l’UE si è impegnata a ridurre le emissioni di “almeno il 40%”. Tuttavia, uno studio recente dello Sandbag (think tank basato a Bruxell e Londra) mostra che sarebbe un miglioramento significativo ma non ancora sufficiente per raggiungere il limite di un intervallo di riduzione compatibile con l’obiettivo dei 2°C.

Nel novembre 2018, la Commissione UE ha presentato un progetto di strategia a lungo termine, con una valutazione degli scenari di riduzione delle emissioni per il 2050. La sua versione finale adottata dal Consiglio dovrebbe riflettere un chiaro impegno dell’UE e di tutti i suoi Stati membri per la neutralità delle emissioni entro la metà del secolo.

Se nel 2017 le emissioni dalla combustione di combustibili fossili dell’UE sono aumentate dello 0,6%, i numeri per il 2018 mostrano che sono diminuite del 2,5%, il che è positivo.

Anche se a parole tutti vogliamo un aria piu’ pulita e un clima piu’ stabile pochi sono gli abitanti del pianeta che agiscono di conseguenza.

Gli aerei sono i mezzi di trasporto più inquinanti in assoluto ma sembra che l’umanita’ non possa farne a meno. Il numero di passeggieri nei voli aerei negli ultimi 15 anni è più che raddoppiato raggiungendo i 4.6 miliardi nel 2018! L’industria aeronautica cerca di rispondere a questa iper richiesta di voli progettando arei sempre piu’ grandi e più veloci e di conseguenza più inquinanti.

Nel mondo si vendono circa 78 milioni di auto, negli ultimi 20 anni il numero è quasi raddoppiato. Non solo, se negli anni ottanta e novanta, complice il prezzo del petrolio, le case automibilistiche ricercavano motori che consumassero meno, oggi l’ideale di automobile sono i grandi SUV, che anche se motorizzati con motori ibridi non sono certo parchi nei consumi.

L’auto elettrica potrebbe rappresentare una riduzione nelle emissionni di gas serra se e solo se l’energia prodotta per le batterie provenisse da fonti rinnovabili.

Con l’aumentare del reddito mondiale oltre ai voli aerei e alle auto il consumo di carne e’ impennato in tutte la aree del mondo ed è passato secondo la FAO dai 24 kg a testa all’anno del 1960 ai 45 kg di oggi!

Come e’ noto la produzione di carne richiede un grande dispendio di acqua ed energia e uno sfruttamento del terreno agricolo per produrre mangimi invece che per dare cibo direttamente all’uomo, rendendo il processo della produzione di carne alquanto inefficiente. In Amazonia gli incendi boschivi avvengono soprattutto per cedere terreno agli allevamenti.

La globalizzazione ha portato anche ad una globalizzazione dell’agricoltura e oggi nei supermercati di tutto il mondo si trovano prodotti che hanno viaggiato in nave o aereo attraverso i cinque continenti per giungere sulle tavole, senza che cio’ impensierisca i piu’.

Le nostre case hanno oramai tutte l’aria condizionata e il riscaldamento, anche nei paesi in via di sviluppo i condizionatori sono sempre di più.

Le case si sviluppano sempre piu’in altezza, i grattacieli, che si avvicinano al record dei 1000 metri di altezza, consumano una quantita’ smodata di energia per le loro funzioni.

Siamo un mondo che richiede ogni giorno piu’ energia, per caricare i nostri cellulari, per fare andare gli elettrodomestici, l’aria condizionata, le auto e gli aerei e sembra non esserci fine allo sfruttamento delle risorse naturali! Nel prossimo futuro la tecnologia 5G con lo internet of things non farà che aumentare ancora di più i consumi. Piu’ connessioni vuol dire piu’ consumi anche se potenzialmente i dati dello IoT potrebbero essere analizzati e utilizzati per migliorare l’efficenza dei dispositivi collegati. Forse ma in un secondo tempo.

Milioni di persone scendono in piazza chiedendo che gli stati facciano azioni concrete per combattere i cambiamenti climatici.

Nuovi movimenti emergono ma sembra che al momento ne’ gli stati ne’ i cittadini vogliano accettare le conseguenze di una dastrica riduzione dei consumi e di conseguenza degli stili di vita.

Dalla Cina agli Stati uniti all’Europa si sperimentano politiche espansive per aumentare il reddito ed i consumi, la stagnazione e’ vista come un male, la recessione come una tragedia da evitare a tutti costi.

Movimenti che proponevano la decrescita e una vita all’insegna della lentezza non hanno mai preso piede e se qualche partito aveva fatto proprie le idee e i programmi li ha subito disconosciuti non appena giunti al potere.

Il problema dei cambiamenti climatici che pure è urgente verrà affrontato come l’uomo ha sempre fatto: combattendo i sintomi e non le cause. L’uomo non risolve mai i problemi, semplicemente se ne stanca, e vedo gia’ all’orizzonte soluzioni che ci aiuteranno ad affrontare le emergenze.

Purificazione dell’aria.

Per combattere l’inquinamento atmosferico nella città di Xian Il Governo cinese ha finanziato un prototipo di un sistema di filtrazione che sfrutta l’energia solare per purificare l’aria dalle sostanze inquinanti.

L’impianto, che ha la forma di un grande camino, è alto 18,2 metri e, secondo i primi dati, riuscirebbe a emettere ogni giorno fino a 8 milioni di metri cubi di aria filtrata. A chiudere la parte superiore della struttura una lastra di vetro che, una volta riscaldata dalla luce solare, fa risalire l’aria facendola passare attraverso una serie di filtri industriali per poi rilasciarla purificata.

La stessa soluzione, in grande, potrebbe essere sfruttata in pianura padana! Immaginate se si riuscisse in questo modo a rendere piu’ respirabili le citta’.

Le città sulla costa a rischio inondazione saranno semplicemente spostate.

Giacarta è una città con 12 milioni di abitanti, è la capitale di uno stato molto popoloso e si trova in una zona che è ad alto rischio di inondazione.

Secondo i ricercatori dell’Università di Giacarta la capitale rischia di finire sott’acqua entro la metà del secolo, quindi il governo dopo aver scartato la costruzione di una enorme «muro» da costruire sui fondali di fronte alla città, con isole e ponti che amplierebbero di molto la superficie urbana, ha deciso di spostare la capitale nel Borneo. Questo non fara’ altro che distruggere le foreste del Borneo e altre aree naturali, contribuendo ulteriormente a riscaldare il pianeta.

La barriera in mare potrebbe essere la soluzione per molte altre realtà, prendiamo Venezia, la città sprofonda lentamente, mediamente 2 millimetri all’anno e presto sarà necessario pensare ad un piano di emergenza per salvarla. Due sono le opzioni, o solleviamo la città pezzo per pezzo (i palazzi di Venezia sono costruiti su delle palafitte interrate che potrebbero essere rialzate di qualche centimetro con sistemi oleodinamici) o costruiamo una barriera più efficace del MOSE e gigantesche idrovore per garantire un livello costante dell’acqua anche in caso di Maree altissime.

Le nazioni unite stimano che entro il 2030, metà della popolazione mondiale vivrà in aree dove la disponibilità di acqua sarà critica.

L’agricoltura tradizionale consuma circa il 70% delle risorse idriche del mondo ogni anno, 10% viene usata per usi domestici e circa il 20% dall’industria.

Migliorare l’efficienza delle produzioni agricole diventa cruciale!

Per risolvere questo problema, aggravato dai cambiamenti climatici, si possono adottare soluzioni come l’agricoltura idroponica che consuma 80-90% di acqua in meno rispetto alla coltivazione tradizionale in campo aperto, oltre a garantire un uso più efficiente dei concimi e un maggior controllo delle condizioni fitosanitarie.

L’agricoltura senza terra, indoor, potrebbe rappresentare anche una soluzione per produrre il cibo lì dove serve, nel centro delle città! Mercato a Km 0 al piano terra e orto idroponico ai piani superiori.

L’agricoltura indoor produce frutta e verdura tutto l’anno, non subisce gli eventi climatici e non dipende dalle stagioni, non c’è trasporto né bisogno di celle frigorifere. Pomodori prodotti dalla stessa serra costantemente, tutto l’anno freschissimi.

L’dea geniale sarebbe produrre il Pinot Nero di Borgogna di ottima qualità senza essere in Borgogna! avendo la possibilità di controllare le caratteristiche di suolo, di aria e temperatura ambiente delle terre di Borgogna!

Il cambiamento climatico non è per forza una cattiva notizia per tutti. In Groenlandia ad esempio le città stanno diventando sempre più vivibili grazie all’aumento della temperatura.

Le due città di Nuuk e Ilulissat stanno vivendo un nuovo boom economico! La pesca e la caccia sono state i principali motori economici di Ilulissat da quando è stata fondata come sede commerciale danese più di 250 anni fa! Di recente l’industria della pesca è cresciuta, in parte a causa del ritiro del ghiaccio marino. Inoltre il turismo è in forte espansione.

Il cambiamento climatico ha migliorato la vita anche in Siberia dove il ghiaccio si sta sciogliendo a ritmi sempre più sostenuti dando la possibilita’ di costruire nuovi insiediamenti umani.

Di contro in molte altre aree del pianeta il cambiamento climatico avrà delle conseguenze catastrofali.

Molti dei fiumi dell’Asia hanno origine nell’altipiano del Tibet dove i ghiacciai si stanno sciogliendo a ritmi allarmanti! Gli effetti li sentiranno gli abitanti che vivono a valle, in Cina, Nepal, India. A causa della maggiore quantità d’acqua rilasciata dallo scioglimento dei ghiacciai le alluvioni stanno diventando sempre più violente e presto ci saranno problemi di siccità quando i ghiacciai non ci saranno più.

Sembra che l’Africa subsahariana subirà il maggior contraccolpo. Il problema è che questa parte dell’Africa è l’unica area del globo che aumenterà la popolazione nei prossimi 50 anni.

Le migrazioni climatiche saranno un problema gravissimo nei prossimi anni e nessuno al momento pare abbia preso coscienza. Anche in questo caso cercheremo soluzioni tampone quando il problema scoppierà.

Al momento oltre che far morire i migranti nel mediterraneo o rinchiuderli in campi in Libia non sono state attuate altre soluzioni. Credo che la tendenza alla chiusura delle frontiere aumentera’.

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