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Per invertire il trend negativo della popolazione: accettare più immigrati!

Per aumentare il tasso di natalità non basta una campagna pubblicitaria fatta male!

Nel 2018 le donne italiane hanno dato alla luce 449mila bambini, il numero più basso dall’unità d’Italia, 9.000 in meno che nel 2017. I decessi sono 636mila, il saldo naturale nel 2018 è pesantemente negativo -187mila abitanti.

Al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 391mila residenti, oltre 90mila in meno sull’anno precedente. Negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso circa 600mila abitanti! Eravamo 60 milioni 975mila al 1 gennaio 2014.

Il numero medio di figli per donna è di 1,32, l’età media al parto continua a crescere, toccando per la prima volta la soglia dei 32 anni.

Dal 1964 le nascite diminuiscono costantemente e siamo ben al di sotto del tasso di 2.1 figli per donna necessario per mantenere una popolazione stabile.

Il declino demografico pone un problema lungo termine per un paese in cui sempre più cittadini dipendono dalla sicurezza sociale, dall’assistenza sanitaria governativa e da un numero sempre minore di lavoratori per finanziare entrambi.

Ma l’Italia non è affatto un caso isolato tutti i paesi avanzati compresa la Cina e l’India seguono la stessa rotta.

Per decenni, le economie più prospere dell’Asia e dell’Europa hanno sperimentato una serie di politiche per invertire il declino della fertilità.

Quello che hanno imparato è che l’unico modo sicuro per invertire la tendenza del declino demografico è fare quello che gli Stati Uniti hanno fatto storicamente meglio di qualsiasi altra nazione sulla terra: accettare gli immigrati, milioni di italiani nel corso del 19 e 20 secolo sono emigrati negli Stati Uniti. De Gasperi nel secondo dopoguerra invocava il diritto umano a migrare tanti erano gli italiani che erano costretti a lasciare la propria terra!

I demografi e gli economisti sanno che l’aumento dei redditi è strettamente legato al calo dei tassi di natalità.

Le ragioni sono diverse.

Nei paesi in via di sviluppo, i tassi di istruzione femminile e di accesso ai contraccettivi tendono ad essere più bassi.

Man mano che i redditi aumentano, le donne acquisiscono un maggior ruolo sociale e un maggiore controllo dei loro diritti riproduttivi.

Coloro che hanno una famiglia devono o lavorare di più per trovare le risorse per pagare l’assistenza all’infanzia o sacrificare le opzioni di carriera (della donna). A lungo termine, si trovano ad affrontare l’onere delle costose tasse scolastiche e universitarie, un figlio oggi va mantenuto fino ai 30anni!

Di conseguenza, la diminuzione della fertilità è un fenomeno comune in tutto il mondo sviluppato.

Non c’è posto però in cui il cambiamento sia stato più drammatico che in Asia!

Ad esempio, il tasso di fertilità del Giappone è diminuito dal picco dopo la seconda guerra mondiale di 4.4 figli per donna a circa 1.3 oggi.

A Singapore, il tasso di fertilità ha cominciato ad essere sotto il livello di sostituzione nella metà degli anni settanta e ora è circa 1.2. E in Corea del Sud, il tasso di fertilità è diminuito da oltre 6 del 1960 a 0.95 durante il terzo trimestre di 2018 (probabilmente il più basso del mondo se si esclude la Cina Nord orientale dove nelle provincie del Heilongjiang, Liaoning and Jilin il tasso di fertilità è 0,55!!!).

In Svezia, dove le politiche per la famiglia sono le più avanzate d’europa il tasso è comunque ben al di sotto della soglia di sostituzione.

In ciascuno di questi paesi, il declino della natalità è stato per decenni una questione di intensa preoccupazione dove la politica si è più impeganta nella sperimentazione.

I governi in Asia si sono concentrati in primo luogo sulle politiche pro-matrimoniali e pro-nataliste volte a contrastare ciò che si ritenevano essere i fattori che impediscono alle coppie di sposarsi e di avere figli.

Gli sforzi di Singapore su questo fronte risalgono al lontano 1984, quando il governo ha istituito un’agenzia di incontri per laureati.

Nel corso degli anni, le iniziative si sono moltiplicate includendo il pagamento di bonus in contanti alle famiglie per avere figli, generose politiche in materia di congedo di maternità e paternità, sussidi per l’infanzia e altre prestazioni gratuite.

In Giappone, le politiche pro-nataliste sono state introdotte per la prima volta nel 1991 superando per generosità quelle di Singapore; per esempio, gli uomini possono beneficiare di un anno di congedo di paternità parzialmente retribuito.

In Corea del Sud, la spesa per le politiche a favore della famiglia corrisponde a circa la metà del budget della difesa.

Alcuni paesi hanno sperimentato le soluzioni più stravaganti per spingere le coppie a procreare!

Dalle panchine del bacio nei giardini di Mosca ai premi per chi partorisce nel giorno della festa patria sempre in Russia.

A singapore un Mercoledì al mese è dedicato alla procreazione e gli uffici sono invitati a chiudere prima e tutti a casa a fare il proprio dovere per la Patria! Il governo in collaborazione con Mentos, le mentine per l’alito, hanno anche prodotto un video per la giornata della festa nazionale, 9 di agosto, dove invitano le coppie sposate a fare il proprio dovere per accrescere la nazione.

In Ungheria Orban promette niente tasse e auto familiari a chi fa più di quattro figli!

In Francia nel comune di Montereau il sindaco si è messo a distribuire pillole di Viagra nel disperato tentativo di aumentare la natalità!

A parte questi tentativi singolari gli unici vantaggi di queste politiche pro-famiglia è che aumentano l’uguaglianza di genere a casa e sul posto di lavoro.

Solo per queste ragioni vale la pena di attuarle ma resta il fatto che nessuna di queste politiche è riuscita ad aumentare i tassi di fertilità che continua a declinare in tutto il mondo.

Di conseguenza, le economie più ricche dell’Asia si rivolgono sempre più all’immigrazione come strumento a breve e lungo termine per affrontare le carenze dei lavoratori.

Non è facile. Il governo di Singapore ha subito un contraccolpo dopo che la popolazione straniera sulla piccola isola è cresciuta troppo rapidamente. Il Giappone e la Corea del Sud sono molto più chiusi ma le prospettive demografiche a lungo termine per entrambi i paesi sono così disastrose che i leader stanno finalmente ottenendo il consenso popolare necessario sulle riforme per accogliere più immigrati.

In Giappone, dove la popolazione si sta riducendo rapidissimamente, l’immigrazione è aumentata per il sesto anno consecutivo; gli stranieri ora rappresentano il 1.76 per cento della popolazione. Piu ‘della meta’ di questi immigrati hanno tra i venti e i trent’anni… primi anni di lavoro. Nel frattempo, nella storicamente xenofoba Corea del Sud, il governo ha investito generosamente su programmi per promuovere il multiculturalismo sin dalla metà dei 2000, aprendo le porte agli immigrati. I risultati sono stati impressionanti: tra 2006 e 2016, la popolazione straniera è cresciuta T5da 536,000 a più di due milioni, e da 2020 si stima che un terzo dei nuovi nati avrà almeno un genitore straniero!

Il declino della popolazione in età lavorativa in Italia dovrebbe farci riflettere sul numero di stranieri che ogni hanno abbiamo bisogno di accogliere solo per mantenere la popolazione stabile. Non saranno i bonus pannolini (semmai abbiamo bisogno di bonus pannoloni) a invertire il trend negativo che va oramai avanti dal 1964 (picco massimo di 2,65 figli per donna).

L’unico modo per ringiovanire l’economia e la popolazione è fare quello che per esempio gli Stati Uniti hano sempre fatto, accogliere più immigrati.

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